Il ritratto funerario ed il culto dei morti

Chi entrava nell'atrio di una domus (casa patrizia romana) si imbatteva immediatamente nel luogo più intimo e sacro della casa in quanto qui trovavano posto i Lari ed i Penati. I primi erano divinità tutelari romane, protettrici della famiglia e della casa e le loro immagini erano custodite nel larario e fatte oggetto di culto. I secondi invece erano divinità protettrici della famiglia. Le loro immagini di cera, di avorio, d'argento o di terracotta erano custodite nelle Penetralia. Qui venivano custodite anche le maschere di cera degli antenati defunti. Seneca (Lettere 44,5) racconta che una prerogativa nobiliare era infatti il privilegio-diritto di conservare immagini di cera dei defunti e segno di antica nobiltà era il poter mostrare un numero considerevole di tali maschere di cera che in occasione di pubblici sacrifici venivano esposte ed onorate con cura.

Ritratto funerario
Ritratto funerario

Solo più tardi tale diritto fu esteso ai plebei purché però avessero avuto accesso al Senato. Ecco perché chi non le aveva era considerato una nullità anche se era un HOMO NOVUS (cioè uno che da solo era riuscito politicamente ed economicamente ad affermarsi). Il potente Mario ad esempio pur essendo un rivale del nobile Silla era disprezzato proprio perché era un homo novus.
La consuetudine di fare maschere di cera somiglianti alla fisionomia del defunto influenzò molto il ritratto romano del periodo repubblicano.

Leggendo le "Storie" VI, 53 dello storico greco Polibio veniamo a sapere come le famiglie patrizie onoravano i propri defunti. Il corpo appena avvenuto il trapasso veniva portato in pompa magna nel Foro presso i Rostri e qui collocato in modo ben visibile e quasi sempre dritto. Il rostro in origine era un'arma delle antiche navi da guerra consistenti in uno sperone destinato a sventrare le navi nemiche. Dai cimeli tolti alle navi degli Anziani nel 338 a.C. ed ornanti la tribuna del Foro romano, essa prese il nome di Rostri. A questo punto il figlio maggiore del defunto o qualcun altro un sua vece saliva in tribuna per fare la Laudatio funebris (l'orazione funebre). Al termine si procedeva alla consueta sepoltura mentre la maschera di cera del defunto, chiusa in un reliquario di legno, veniva portata nell'atrio della casa romana presso il predetto Penatralia e Larario.


Ingrandisce foto Particolare di un sepolcro tiburtino

In realtà si facevano sempre più copie di una maschera di cera perché ogni figlio, accasandosi, aveva il diritto di portare con sé le maschere dei propri avi.
Quando poi avveniva un altro triste evento in famiglia allora si tiravano fuori le maschere degli antenati e si facevano indossare ai familiari che per fattezze e per corporatura erano più simili ai ritratti.

Costoro trovavano posto, per seguire il corteo funebre, dritti sui carri preceduti da fasci, dai littori e dalle altre distinzioni alle quali il defunto di cui si portava la maschera aveva diritto avendo in vita ricoperto questo o quell'incarico. Se era stato console o pretore allora chi indossava la sua maschera indossava toghe preteste (orlate di porpora), se censore toghe di porpora e ricamate in oro se aveva avuto il trionfo (il diritto di sfilare tra due ali di folla sotto un arco essendo militarmente vittorioso) o qualche altra onorificenza. Questi vivi, che indossavano tali prestigiose maschere funebri una volta giunti nel Foro per assistere alla Laudatio funebris del congiunto appena deceduto, sedevano sulle sedie curuli accanto alla tribuna dei rostri secondo le distinzioni a cui la carica ricoperta un tempo aveva diritto.

Nei dintorni

Approfondimenti

    Le guide di Tibursuperbum

    Con il patrocinio del Comune di Tivoli, Assessorato al Turismo

    Patrocinio Comune di Tivoli

    Assessorato al Turismo