La commedia

Molto simile alla "commedia nuova" greca era la commedia romana; quest'ultima tuttavia eliminò il coro (ripristinato solo successivamente dagli editori) ed introdusse l'accompagnamento musicale (eredità della tradizione etrusca). Le commedie ambientate in Grecia erano appartenenti al genere della "fabula palliata" (da pallium, il mantello che indossavano gli attori, simile a quello greco); quelle ambientate a Roma appartenevano al genere della "fabula togata" (dalla "toga", abito nazionale italico) e/o "tabernaria" (dalla "taberna", casa degli umili).
Primi più importanti commediografi romani furono: Plauto, Terenzio (che, a differenza dei loro predecessori, scrissero solo commedie), Titinio, Afranio, Atta. Tito Maccio Plauto, nacque verso il 255 a Sarsina; secondo gli antichi scrisse 130 commedie (famosissime il Miles gloriosus=soldato fanfarone, la Casinia, l'Asinaria). Era l'autore più amato dal pubblico romano e le sue commedie erano sempre un successo.


Rilievo con scena di commedia

I suoi modelli furono i commediografi greci (frequente era l'uso della contaminatio); tuttavia il grande bersaglio del teatro plautino furono proprio i Greci dipinti come vili, corrotti, molli. Scarso fu il suo interesse per le vicende storiche di Roma; grande fu la ricchezza di umanità dei suoi personaggi; fu sempre intento alla ricerca di una comicità elementare.

Publio Terenzio Afro, nato a Cartagine, giunse a Roma come schiavo del senatore Terenzio Lucano ma poi fu affrancato. Compose 6 commedie tra il 166 ed il 160 a.C. Il suo teatro incontrò molte difficoltà poiché molti potenti lo ostacolavano. Tra i suoi avversari accaniti occorre ricordare Luscio Lanuvino, autore anche lui di commedie. Terenzio era attaccato soprattutto perché nelle sue commedie esaltava la nuova humanitas che il circolo scipionico, cui anche lui apparteneva, esaltava. Nuovo era anche il suo stile: il latino puro e l'urbanitas (per essa si liberava di tutte le scurrilità volgari che anche Plauto aveva adottato nelle sue commedie) uniti a toni intimi e malinconici. Il teatro di Terenzio quindi riflette una società diversa da quella di Plauto in quanto l'ex schiavo si atteneva in maniera più rigorosa ai modelli greci (Menandro e Apollodoro) pur accettando la contaminazione e faceva suo un nuovo ideale di vita, di humanitas, non certo presente nei lavori plautini. Nelle sue commedie il dialogo prevaleva sull'azione ma le sue squisitezze stilistiche non potevano essere apprezzate da un pubblico poco acculturato quale era quello romano.


Ingrandisce foto Coppia di attori comici

La tragedia

Il genere teatrale della tragedia, che molto piaceva ai Romani, fu da quest'ultimi ripreso di sana pianta dai modelli greci compresa la divisione dell'opera in cinque atti.
I Romani definirono "fabula cothurnata" (i "cothurni" erano i calzari indossati dagli attori)o anche "palliata" (il pallium era il mantello greco) la tragedia che aveva temi e ambientazione greci; chiamavano invece "praetextae" (dalla "toga praetexta", orlata di porpora, ch'era l'abito distintivo dei magistrati ed indossato sulla scena dagli attori) le tragedie di contenuti ed ambientazione romani.

Tra i tragediografi romani sono da ricordare Ennio, Pacuvio ed Accio di cui però non abbiamo i testi. Di un periodo compreso tra il 30 ed il 60 d.C. e quindi successivo a quello appena ricordato sono un bel numero di tragedie il cui testo ci è pervenuto fortunosamente. In genere sono opera di Seneca, il grande filosofo precettore di Nerone, ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia. Di Seneca sarebbe anche "Octavia", unica "pretesta" il cui testo si è salvato dallo scorrere del tempo ed è giunto fino a noi. Protagonista di questa tragedia è Ottavia, figlia di Claudio e sposa di Nerone, che nel 62, volle ripudiare per sposare Poppea. Tra i personaggi della tragedia compare lo stesso Seneca che scongiura inutilmente Nerone ad essere clemente con lei. La tragedia è di imitazione senecana e probabilmente nacque negli ambienti dell'opposizione stoica. E' certo invece che Seneca scrisse nove tragedie dopo l'esilio, quando era precettore di Nerone, e nei primi anni del suo principato. Tutte le sue tragedie però erano più destinate alla lettura che alla rappresentazione scenica.

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